Un buongustaio in India – Delhi pt.2

25.10.2018    
india

Pronti via ed 8 ore dopo, forse qualcosina di più, dopo essere partito da Milano, il mio aereo atterra a Delhi. Il volo è utile ed istruttivo per alcune delle cose che ti aspettano una volta messo piede in India, prima di tutto l’odore di spezie che pervade qualsiasi posto e dal quale non si può scappare. Odore che personalmente lo ritengo molto piacevole mentre altri ne sono infastiditi, anche se vi posso assicurare che la puzza è ben altra.

Non mi abbasso neanche a parlare dei pasti, dato che sarebbe quantomeno riduttivo ed estremamente ingiusto giudicare quello che una cucina ha da offrire in termini del cibo che viene servito dalla propria compagnia di bandiera.

Mi vorrei invece soffermare sull’inglese, inteso come lingua, quale elemento degno di nota.

Il panorama linguistico indiano è variegato e molto complesso, per farla breve ogni Stato ha il proprio idioma, con l’Hindu e l’Inglese riconosciute dalla Costituzione quali lingue ufficiale della Confederazione.

L’inglese appunto. Scordatevi di sentire l’accento Newyorkese parlato dai protagonisti di Friends o la vera intonazione British del principe William e di Kate. Insomma, non aspettatevi niente di quello a cui siete o siete stati abituati, perché l’accento indiano è una storia a parte. L’ho capito per la prima volta proprio sul volo, ascoltando i messaggi del personale di volo. Se dovessi dirvi che ho capito tutto parola per parola, beh…no. Ed il mio livello di Inglese è molto buono!

Solo un paio di settimane dopo avrei capito che la depressione linguistica in cui ero caduto non era assolutamente giustificata, semplicemente mi serviva solo un po’ di tempo per abituarmi ai nuovi standard fonetici. Parlando con altri ragazzi, come me non madrelingua inglesi, ho capito che tutti, o quasi, ci passano. Ovviamente non è una regola che vale per chiunque e le eccezioni esistono, ma tranquilli, non siete diventati stupidi di colpo se questo dovesse succedere.

Datevi del tempo per immagazzinare tutti i suoni diversi ed alla fine potrete conversare tranquillamente anche con chi ha l’accento più forte e marcato. E vi assicuro sarete un sacco orgogliosi di voi stessi quando arriverete a quel livello.

Ma basta con le divagazioni fonetiche.

Due cose riguardanti l’atterraggio e l’arrivo a Delhi. La prima: sembrava come se il nostro aereo avesse fatto un giro su sé stesso e stesse atterrando nuovamente a Malpensa da quanta nebbia avvolgeva la città. Non era nebbia ma smog…

All’inizio dell’autunno viene festeggiato una delle due maggiori feste religiose Induiste, Diwali, la festa delle luci. E quale modo migliore di festeggiare una festa dedicata alle luci se non sparando giusto un paio di fuochi d’artificio?! La popolazione Indiana supera abbondantemente il miliardo di persone, facile capire come un paio a testa facciano una quantità inimmaginabile di fuochi d’artificio. Soprattutto a Delhi. Risultato? Per alcune settimane dopo la celebrazione sopra la città aleggia una nube tossica che fa impallidire i banchi di nebbia fitta della Val Padana a gennaio.

Due le soluzioni: decidere di visitare Delhi in un periodo diverso, oppure munirsi di comoda e trendy mascherina per la bocca, che magari non farà molto in termini di protezione ma volete mettere quanto ne giovi il look?! Io che non sono una fashion victim ho optato per una terza soluzione, che mi sento comunque di sconsigliare, ovvero andare in giro come se nulla fosse, facendo finta di niente.

I miei polmoni ringraziano ancora sentitamente per questa scelta. Ma non preoccupatevi troppo, ho letto che dal 2017 la Corte Suprema Indiana ha prontamente trovato una soluzione per limitare gli effetti dannosi di Diwali, ovvero ha imposto il divieto di vendita dei fuochi artificiali ma non il loro uso…che equivale ad impedire la vendita di spritz a Padova ma non il consumo. più o meno.

E con questa fotografia di una Delhi avvolta nella nebbia, forse ancora troppo timida per mostrarsi ai miei occhi, avidi e vogliosi di averne una prima fugace immagine da un aereo in fase di atterraggio (sono proprio un poeta, nulla da dire), vi lascio.

Nel prossimo capitolo vi racconterò cosa ho trovato una volta immersomi in quella coltrina di fumo.

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